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FRANCESCO SALA - Il metodo e il rigore scientifico
A partire dal Rinascimento, l’Italia fu uno dei principali punti di riferimento per lo sviluppo del metodo e del rigore scientifico.
Galileo Galilei, Leonardo da Vinci, Volta, Spallanzani, non ne sono che alcuni esempi. Galilei, sotto processo, propose agli inquisitori di guardare nel suo cannocchiale per verificare l’esattezza delle sue scoperte. Spallanzani fu tra i primi, negli anni 1775/90, presso l’Università di Pavia, a introdurre nella biologia il metodo sperimentale, anziché descrittivo, conducendo esperimenti di neurofisiologia sul volo di pipistrelli e realizzando la fecondazione artificiale nel cane.
Da allora la scienza ha adottato rigide e universali regole di controllo e di verifica delle ipotesi sperimentali.
Come ci si comporta oggi? Com’è inteso il metodo scientifico? Come si distingue un’ipotesi sperimentale da un risultato sperimentale acquisito?
Oggi è universalmente accettato, da chi opera nella scienza, un codice di procedura che prevede tre successivi stadi operativi: la formulazione di un’ipotesi scientifica, la sua verifica attraverso la sperimentazione e, da ultimo, la conferma e l’accettazione dei risultati ottenuti da parte della comunità scientifica.
È soprattutto a livello di accettazione delle conclusioni scientifiche che assume rilevanza il rigore scientifico.
Questo prevede che ogni prodotto della ricerca sia sottoposto a tre fasi di valutazione prima di essere accettato dalla comunità scientifica, e dalla società, come “conoscenza scientifica acquisita”.
Prima fase, pubblicazione dei dati sperimentali su di una rivista scientifica internazionale e autorevole. Più si considerano i risultati della propria ricerca di rilevanza e più si mira in alto: Science e Nature, per esempio, sono due delle riviste scientifiche più ambite.
Le riviste si avvalgono di referee, cioè di revisori scelti di volta in volta dall’editore tra i più autorevoli scienziati nel settore specifico. I referee, due o tre per ogni manoscritto inviato per la pubblicazione, sono assolutamente anonimi nei confronti degli autori e hanno il compito di verificare la coerenza dei dati sperimentali e delle conclusioni. Di conseguenza, fanno osservazioni, suggeriscono ricerche supplementari per comprovare i dati scientifici, confutano le conclusioni e arrivano a rifiutare la pubblicazione ove non ritengano soddisfacenti i dati sperimentali addotti a sostegno delle conclusioni.
Seconda fase, dimostrazione che le evidenze sperimentali siano riproducibili in altri laboratori di ricerca. Le evidenze sperimentali che, in seguito a valutazione positiva da parte dei referee, compaiono nelle riviste scientifiche, costituiranno infatti la base per ulteriori ricerche. Se non vi sarà riproducibilità, le evidenze pubblicate finiranno nel dimenticatoio. È già successo che dati sperimentali considerati soddisfacenti dai referee siano stati poi dimostrati irriproducibili in altri autorevoli laboratori. Anche i referee sono uomini e possono commettere errori di valutazione!
Terza fase, discussione critica e accettazione del nuovo dato scientifico nell’ambito della comunità scientifica, attraverso la discussione in convegni specialistici e altro.
Solo a questo punto i risultati della ricerca acquisteranno valore universale.
È dunque imprudente, e ascientifico, utilizzare qualsiasi ipotesi di ricerca, qualsiasi dato sperimentale preliminare, qualsiasi singola pubblicazione che non abbia superato queste tre fasi di valutazione per affermare “verità scientifiche”.
Purtroppo, questo è già successo in diversi Paesi e succede ogni tanto anche nel nostro. Due esempi: La “Cura Di Bella” e le piante OGM. Non esiste un singolo dato scientifico che abbia passato le tre fasi di verifica e che dimostri l’efficacia della “Cura” o la pericolosità degli OGM.
Al contrario, approfonditi dati sperimentali, che hanno superato tutte le fasi di valutazione, dimostrano invece che la “Cura” non funziona e che gli OGM non presentano nuovi pericoli per la salute dell’uomo e per l’ambiente, rispetto a quelli che già si riscontrano nell’agricoltura tradizionale.
Sino a prova contraria, queste sono “conoscenze scientifiche acquisite”.
Certo, anche la scienza può sbagliare. Ne è un esempio il caso del Talidomide, il farmaco che funzionava ottimamente come antidepressivo, ma che ha determinato la nascita di decine di bimbi focomelici.
Ma non abbiamo alcun mezzo migliore del metodo scientifico per valutare fatti scientifici. Qualsiasi altro criterio comporta rischi estremamente più elevati.
Carriera da scienziato
Francesco Sala è nato a Legnano (MI) e si è laureato a Pavia.
Dal 1964 al 1967 ha svolto attività di ricerca in Canada e negli Stati Uniti. Al suo ritorno in Italia ha iniziato a lavorare come ricercatore presso l’Istituto di Genetica e Biochimica del CNR di Pavia. Dal 1995 è professore ordinario di Botanica Generale e Biotecnologia delle Piante presso l’Università di Milano.
Dal 1994 fino al 2000 ha partecipato al programma Application in China of Advanced Biotechnologies e ha ricevuto il titolo di Professore Onorario dell’Università di Nanchino in Cina.
Negli ultimi venti anni è stato particolarmente impegnato nello studio delle piante transgeniche (bio sicurezza e produzione di riso e pioppo resistenti agli insetti), ricevendo finanziamenti sia dall’Unione Europea che da enti italiani.
Collabora con importanti laboratori di ricerca negli Stati Uniti, in Francia e in Cina, per progetti finalizzati alla produzione di vaccini per le piante. Ha organizzato numerosi congressi scientifici internazionali sulla biochimica delle piante e sulla biotecnologia.
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